Quando un gruppo di amici si trasforma in “branco”

Post Scritto in Società - da michy il lunedì, novembre 5th, 2012 - letto 1943 volte - Commenta per Primo

Ognuno di noi occupa nella società una o più posizioni comunemente chiamati ruoli, cioè quella serie di modi di agire che normalmente gli altri si aspettano  che un individuo assuma nel relazionarsi: da un professore ci si aspetta che insegni; da un autista che guidi rispettando le regole della strada. Ogni ruolo ha le sue “regole” che ne definiscono l’attuazione. Oltre ad occupare un ruolo a noi definito, la nostra società ci ha “storicamente educati” ad organizzarci in gruppi al fine di giungere alla realizzazione di uno scopo comune. Una famiglia, una comitiva di amici, un’associazione sportiva, un partito politico, una banda di criminali sono alcuni esempi di gruppi sociali.

Anche la nostra Costituzione riconosce, all’art. 17-18, la libertà di associazione. Ci si può riunire per i motivi più svariati,sia in luoghi pubblici che in luoghi privati purchè vengano rispettati i limiti della legalità e della non-violenza.

I gruppi si diversificano a seconda dei loro componenti, ma molto spesso si tende ad assumere gli stessi atteggiamenti, gli stessi comportamenti degli altri componenti, proprio per non rischiare di non sentirsi accettati. Molto spesso uno del gruppo assume il ruolo del Leader. Il leader è colui che organizza, che “tiene insieme il gruppo”, lo guida. Ma, insospettabilmente, non sempre si concretizza in una figura positiva. Può infatti accadere che sfrutti la sua “forza” o la sua capacità di influenzare il comportamento degli altri per  compiere atti di prevaricazione o di aggressione nei confronti di altri, non appartenenti al gruppo.

Così, secondo me, nascono quei fenomeni che molto spesso si verificano nelle scuole, ma anche negli stadi o, addirittura alla fine di una serena serata in un bar o ad un cinema. Atti di bullismo, violenze perpetrate dal “branco”; atti di vandalismo sono ormai all’ordine del giorno. Questi “gruppi” sembrano seguire sempre lo stesso copione. In moltissimi casi cambiano i volti, cambiano i nomi ma il modus operandi o le motivazioni a comportamenti violenti è conforme a tutti loro. Il bullo cerca di affermare la propria personalità con la forza, il comportamento aggressivo è l’unico modo che conosce per organizzare le proprie azioni. E’ spesso appoggiato da coetanei che ne incoraggiano le prepotenze.

Possono essere fisiche, con vere e proprie aggressioni. O psicologiche col diffondere calunnie o pettegolezzi sul malcapitato o la malcapitata determinandone l’isolamento o peggio ancora  uno stato di depressione o inadeguatezza.  Nel branco è il gruppo che garantisce la sicurezza ai singoli componenti. Presi singolarmente sono ragazzi  caratterialmente deboli e insicuri, con pochi valori in cui credere e con un senso di identità molto precario.

Nelle settimane successive all’avverarsi di un fatto di cronaca che vede protagonista il branco o il “bulletto” del giorno, sociologi e psicologi o criminologi tentano di spiegare ad un pubblico che li guarda attonito, quale malefico movente abbia spinto quei giovani criminali. Opinione molto spesso comune è attribuire le cause di tali comportamenti al “disfacimento” della famiglia, alla disgregazione della scuola, all’assenza di ideali e di valori, all’incertezza del futuro. Certo,  ad un giovane la situazione attuale può apparire sicuramente sconcertante: la crisi economica, la corruzione, l’affarismo, il malcostume travolge ogni certezza, desta preoccupazione ed allarme  per il futuro.

E’ vero che sembra oggi non esistere valore che appaia saldo: la famiglia, la scuola, la politica non riescono a fornire modelli di riferimento sicuri, ma è anche vero che non ci si può nascondere dietro esperienze così distruttive la propria incapacità di vivere.



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